IMPARARE A FOTOGRAFARE 

Testo Michele Vacchiano © 01/2000  

Autorizzazione alla pubblicazione richiesta (E-mail 2002)

Imparare a fotografare. Come? Scuole, corsi, attenta lettura di libri e riviste? 

Può darsi, ma certamente non basta. Alcuni corsi a cui ho assistito mi hanno convinto di essere stati organizzati al solo scopo di spillare denaro agli iscritti. Che dopo ne escono più ignoranti e confusi di prima. Ho visto troppi “docenti” tanto improvvisati quanto incapaci di trasmettere qualcosa di diverso dalle solite nozioncine tecniche. Ma la gente che si iscrive a un corso di fotografia non vuole sentirsi dire quello che già legge (con una spesa di molto inferiore) sulle riviste e sui manuali per dilettanti. 

Per quanto riguarda le riviste, diventa difficile per il principiante distinguere tra chi lavora per la crescita della fotografia e chi rappresenta soltanto uno strumento del mercato. La rivista che tutte le estati pubblica l’articoletto su come fotografare sulla spiaggia e per il resto dell’anno non si solleva molto al di sopra di questo livello non fa vera informazione. Insegnare alla gente che cos’è uno zoom o come si ficca un soggetto all’incrocio dei terzi significa solo rimasticare le solite cazzate (mi assumo ogni responsabilità per questo termine, ma è ancora poco), che si ripetono da un secolo e mezzo e si sono acquisite senza spirito critico. Non serve a niente se non a far soldi senza impegnare il cervello.

E allora come si fa a imparare davvero? Ci sono segreti, trucchi del mestiere? 

No, nessun segreto, nessun trucco. Smettiamola con queste manfrine. Smettetela, giovani amici che iniziate a percorrere i sentieri della fotografia, di chiedermi consiglio sull’acquisto di un’attrezzatura “professionale”. Non esistono macchine professionali, la professionalità sta in chi le adopera. Una Nikon F5 in mano a un dilettante che la usa al cinque per cento delle sue possibilità tecniche è assai meno professionale della Minox che mi porto dietro io sul ghiacciaio. E su questo non mette conto spendere ulteriori parole.

Quello che bisogna fare è cambiare mentalità, smettere per almeno tre mesi di leggere alcunché, smettere di partecipare ai newsgroup, gettare nel bidone della carta da riciclo tutti i pieghevoli pubblicitari su questo o quel modello raccolti in anni e anni di paziente frequentazione dei negozi specializzati, che ormai ci odiano perché abbiamo troppo rotto le scatole nel chiedere informazioni e caratteristiche tecniche senza comperare mai niente.

E finalmente uscire.

Uscire di casa, ma anche da se stessi; alzare le natiche dalla sedia girevole e staccare gli occhi dallo schermo del computer. Piantarla una buona volta di vivere in modo virtuale e imparare a vivere sul serio.

Che c’entra questo con la fotografia? C’entra moltissimo. Perché quando decidi di vivere decidi anche di riappropriarti dei tuoi sensi. Vista compresa, ma non solo.

Lasciate a casa la macchina fotografica e prima di tutto imparate a guardare. Con gli occhi, non attraverso un mirino.

Che cosa fate al mattino davanti allo specchio? Vi limitate a farvi la barba in fretta pensando (già irritati) agli impegni della giornata, o siete capaci di godere la carezza ruvida del rasoio, che passando sul viso traccia

strade regolari attraverso la schiuma soffice e candida come fa lo spartineve nelle giornate limpide di gennaio? Trangugiate in fretta un caffè bollente o uno squallido cappuccino al bar sotto casa, oppure siete capaci di far correre la fantasia sulle spire del fumo che si solleva pigro da una scodella di latte o da una tazza di tè fragrante e profumato? Nel frattempo, sapete godervi l’essere ancora svestiti, il profumo della vostra pelle dopo la doccia, il tocco dei piedi nudi sul pavimento? Quand’è stata l’ultima volta che – uscendo di casa al mattino presto – avete sollevato lo sguardo al cielo per vedere se c’era la luna? E soprattutto, quanti di voi sanno in quale fase si trova la luna adesso? Rispondete in cinque secondi senza guardare il calendario.

Ma come pretendete di fotografare se prima non imparate a osservare, e soprattutto a godere di ciò che osservate?

Pensate alla semplice percezione del caldo e del freddo. Sembra che oggi la gente abbia perso la capacità di usare la propria pelle come strumento di ricezione degli stimoli. D’inverno tiene il riscaldamento acceso e quando esce si intabarra in pellicce e montoni al solo scopo di mantenere costante la temperatura corporea. D’estate si lamenta dell’afa e sembra non poter fare a meno dell’aria condizionata. Vorrebbero vivere in uno di quei paradisi tropicali dove regna l’eterna primavera. Sai che barba! D’inverno fa freddo. Okay, e allora? Il nostro corpo È FATTO per sentire il caldo e il freddo e possiede ottimi meccanismi di termoregolazione. Chi ha provato che cosa vuol dire il freddo (il VERO freddo, signori miei, non quello che può patire il cittadino-bene) non si fa tutte queste paranoie. Io sono uno che in città si veste molto poco. Esco, fa freddo. Okay, ma io so che tra pochi minuti salirò su un autobus riscaldato, e dopo un tragitto più o meno lungo sarò in un ufficio riscaldato. Nel breve percorso intermedio sentirò il freddo sulla pelle. Punto e basta. Non mi ammalerò certo per questo, anzi, avrò più probabilità di ammalarmi sull’autobus che non camminando per strada.

Accettate di percepire il caldo e il freddo sulla vostra pelle, e invece di lamentarvene usate queste sensazioni per capire che tempo fa, per entrare in contatto con l’ambiente, con l’aria, col vento e le nuvole. Siete fatti di atomi e molecole, la stessa materia che forma le stelle; l’universo fa parte di voi come voi fate parte di lui. Perché rifiutarlo o averne paura?

Nella bella stagione, uscite quando piove. Perché usare l’ombrello? Perché trovate piacevole la pioggia artificiale della vostra doccia e fuggite la pioggia del cielo? Se non gettate via l’ombrello non saprete mai quant’è divertente sentire i goccioloni del temporale che picchiettano sulla pelle, suscitando crepitii e sciacquii che cambiano di tono a seconda del punto colpito. Se non siete capaci di sedervi accanto a un ruscello per ascoltare quante voci ha, per indovinare in quanto tempo quel ramo portato dalla corrente arriverà davanti a voi, non riuscirete mai a fotografare davvero.

Perché fotografare non significa riprodurre la realtà, ma interpretarla.

Significa tradurre il mondo filtrandolo attraverso la propria esperienza, la propria capacità di elaborare i dati sensoriali, la propria fantasia.

Fotografare vuol dire illustrare non il soggetto, ma il rapporto sottile (e dialettico) che si è saputo instaurare con lui.

Comunicare sensazioni, l’odore dell’aria, la voce del vento.
A volte fotografare significa saper prescindere dal soggetto per rappresentare un sogno.
Non lo si può fare se si è smesso di sognare.
E non lo si può fare quando il proprio mondo interiore è inesorabilmente, insopportabilmente vuoto. Testo Michele Vacchiano © 01/2000 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*